Cattolici
Mi sento molto lontano dai cattolici: pur di non leggere la Bibbia la ascoltano dai preti, prima di seguire Cristo seguono i suoi discepoli e per parlare con Dio si rivolgono ai santi. Ma in fondo è così che gli hanno insegnato.
Mi sento molto lontano dai cattolici: pur di non leggere la Bibbia la ascoltano dai preti, prima di seguire Cristo seguono i suoi discepoli e per parlare con Dio si rivolgono ai santi. Ma in fondo è così che gli hanno insegnato.
Immaginate di salire su un monte, all’imbrunire. L’aria, rinfrescatasi, si fa sentire sulla pelle e
sulle labbra dischiuse per la fatica della risalita. Vi asciugate gli occhi traditi dal vento. Guardate lontano, ruotate su voi stessi. Tutt’intorno: il vuoto. Nessun segno di presenza umana, nessuna casa, nessuna auto, nessuna strada. Vi sentite “in mezzo al nulla”, come se soltanto i rumori della città rappresentassero una realtà inclusiva, una condizione familiare: la normalità insomma.
Immaginate di concentrarvi sui rumori: il vento, prima tra le montagne, poi tra i fili d’erba, tra i rami degli alberi fin dentro le vostre orecchie. Gli uccelli, che passandovi sopra non fanno neanche caso alla vostra presenza. Ne sentite lo scorrere, lo spostarsi dell’aria alla fatica delle loro ali. Il gocciolare frusciante di foglie rassegnate. Lo scrocchio di rametti calpestati da qualche animale messo in fuga da chissà che invisibile pericolo. Sentite intorno a voi una pesantezza dinamica, un continuo immutabile divenire che sembra produrre un immenso, impercettibile rumore, precario come le nuvole: il grande Silenzio.
Pensiamo al silenzio come all’assenza di rumore, in una accezione “per privazione”, come se esso non esistesse realmente, ma fosse il chetarsi del frastuono, tradendo in un chiasmo la visione antica del Male, precario ed inesistente anfratto, reale soltanto nella sostanza della privazione del Bene.
Eppure il silenzio non è, banalmente, un’assenza di vibrazioni meccaniche, ma una condizione superiore che riusciamo a percepire mediante un senso diverso dall’udito, che invece ci regala il suono (o il rumore, differenza questa non di poco conto). Il silenzio è una condizione dell’anima, a patto che questa espressione significhi seriamente qualcosa. È soltanto in questa dimensione “altra” che si può sperare di fare esperienza di quella parte di noi che si cela alla coscienza, rendendo impossibile ogni reale consapevolezza del mondo. Eppure fuggiamo sovente dal silenzio, lo temiamo come il buio, come l’idea del vuoto. Come fosse un precipizio, una notte oscura piena di invisibili pericoli. E ci dimeniamo goffamente per riempire ogni vuoto di tempo, ogni assenza di rumore. Perché il Silenzio ci circonda, ci priva della comunicazione con gli altri, allontanandoci da essi, lasciandoci soli con noi stessi, con le nostre paure, i nostri demoni, le nostre ombre.
La paura del silenzio richiama in noi la paura della morte, per la quale invece una definizione “per privazione” non solo è audace, quanto proprio inquietante. La nostra società ha annientato la morte perfino nelle sue manifestazioni rituali, rappresentazioni marginali, perfino verbali. Parole come “cimitero”, “morte”, “tomba” vengono pronunciate con parsimonia se non proprio con un filo di voce, come la più temuta e degna di terrore reverente: “tumore”.
Questo meccanismo di rimozione si affianca contraddittoriamente (?) ad un aumento dello sfarzo delle tombe, con architetture vagamente neoclassiche delle lapidi – diventate tridimensionali – e immagini sempre più realistiche del defunto, ritratto non più in pose neutre, in ambienti vagamente surreali, ma immortalati nella vita di tutti i giorni, in un attimo eterno che allontana in maniera tragicomica la percezione del mistero perfino dinnanzi al corpo inerme sequestrato in condomini tombali simili sempre più a celle di medicina legale che a sepolcri capaci di offrire ristoro ad un corpo esanimato. Siamo terrorizzati dalla fisicità della morte, dalla nostra materialità, dall’idea della dissipazione della forma, rifuggendo il conforto della consapevolezza della circolarità dell’esistenza garantita dalla imperitura fatica della natura che spacchetta l’unicità complessa in singole unità materiali prive di memoria e, immortali, in nuove forme, in nuove esistenze. Perché dalle stelle abbiamo tratto la materia di cui sono composte le nostre cellule e all’universo sotto forma di energia le riversiamo, per quanto serrati siano i sigilli con cui vorremmo imprigionare l’ultimo vessillo della nostra individualità.
Ci sono persone che hanno saputo guardare ad occhi aperti la Vita. Persone che hanno dentro il Mare, la Terra e sanno filtrare la realtà, lasciandola passare attraverso la propria caleidoscopica interiorità per poi farla fluire, raccontandola con voce universale. Persone che sanno dipingere con le parole racconti che toccano il cuore anche a chi non capisce la lingua con cui queste storie sono raccontate. Una di queste voci è quella di Mercedes Sosa, La Negra.
Il suono della sua voce, così teso, caldo ci riporta nella culla, ai canti materni. O forse ci riporta ai canti ancestrali graditi agli dei della Terra, quando il tempo era scandito dall’imbiondire del grano, dall’imbrunire del rame o dall’incanutire dignitoso degli uomini.
Mercedes Sosa è stata costretta all’esilio per aver lottato contro i soprusi della dittatura militare in Argentina. Simbolo del rispetto dei diritti umani è una delle madri dell’Argentina moderna. Ci ha regalato versi e suoni immortali. È proprio una sua invocazione che in questi giorni risuona nella mia testa e mi fa pensare a quanto della nostra umanità abbiamo tradito, a quanto di ciascuno di noi muore, istante per istante.
Penso a “Solo le pido a Dios” , meravigliosa canzone in cui la “La Negra” chiede a Dio soltanto di non diventare indifferente alla guerra, di non abituarcisi mai.
“ Solo le pido a Dios / que la guerra no me sea indiferente / es un monstruo grande y pisa fuerte / toda la pobre inocencia de la gente ”
(Solo ho chiesto a Dio che la guerra non mi sia indifferente, è un mostro grande e schiaccia forte, tutta la povera innocenza della gente, t.d.r.)
Penso all’impegno dei soldati italiani in territori stranieri. Ma anche a tutti quelli che nel mondo impugnano fucili e vestono un’uniforme. Mandati a portare la pace con le armi, a cementare le basi di conflitti futuri. E noi ci siamo abituati a tutto questo, tanto che non c’è nel nostro Paese nessun fronte partitico impegnato a criticare la politica estera guerrafondaia dell’Occidente. Ci hanno fatto credere che la guerra sia una condizione ineluttabile, il frutto di imprescindibili “patti internazionali”. E intanto la storia continua a ripetersi non accontentandosi mai del crogiolo in cui i corpi laceri dei morti continuano a ribollire. E pensiamo di essere assolti dinnanzi al tribunale delle nostre coscienze accontentandoci della scarsa informazione ufficiale, illudendoci che gli altri siano peggiori di noi, giustificandoci, in qualche modo.
Quello che rimane però è il corpo inerme della gente uccisa dalle bombe lanciate dai nostri aerei e da quelli dei nostri “alleati”. Ciò che rimane è la schiena spezzata di Paesi sfruttati in cui non si vuole alcun tipo di sviluppo. Per poi rifiutarsi di pagare il prezzo dell’emigrazione in un villaggio globale in cui siamo tutti più uniti, ma tutti più distanti.
Ciò che rimane però è anche la speranza, che si alimenta di piccoli gesti, della voglia di raccontare storie. Si alimenta di piccoli progetti di pace, di racconti di verità, di fucili lasciati a marcire e di campi coltivati. Perché la pace si costruisce con progetti di cooperazione, con la costruzione di servizi, non con le armi.
Perché “gli Uomini che si adoperano per la pace” hanno le mani sporche di terra, non di sangue.

Chi non ha mai sperato nel ritorno di una persona amata e che ci ha lasciati? Tutti talvolta vagheggiamo una vita in cui quella persona sia ancora al nostro fianco, ci consigli, ci protegga. Alcuni pregano perché i defunti continuino a prendersi cura di noi, ovunque essi siano. E’ la prosecuzione tante volte trasformata ed evoluta di un rito ancestrale che si accompagna all’evoluzione stessa dell’uomo. Pensiamo ai penati della cultura classica, i “semidei” protettori della casa, effige dei parenti che ci hanno lasciati, che trovano un corrispettivo nella contemporanea tradizione di esporre in un angolo della casa le foto dei nostri cari, affinché idealmente veglino e partecipino al nostro quotidiano. Sono modi diversi di rinsaldare un legame con il defunto, di ravvivarne il ricordo, l’affetto che in passato ci ha legati ad esso.
Volver. Tornare. Questo film è la storia del ritorno di una madre morta ad una figlia che ha sempre amato e a cui la vita ha serbato tante sofferenze. Ma non è un ritorno metafisico, né tanto meno immaginario. La madre non era mai morta, ma ha solo assecondato il caso, la menzogna che l’ha salvata ma sacrificata per anni. Consacrata a convenzioni familiari, ai silenzi di una società cattolica e ipocrita. Perché questo è anche un film di menzogne, di silenzi, che covano nell’alcova delle famiglie, come sempre avviene. Elemento frequente nella “poetica” di Almodovar. Il regista spagnolo dipinge abilmente un quadro femminile, fatto di sorrisi, di complicità, lacrime, caparbietà, sopportazione, di solitudini e sopraffazioni. Ma anche di tradizioni antichissime – delle quali le donne sono da sempre le custodi più tenaci. E’ un film di legami familiari, di forti amicizie e forme di rispetto che tanto accomunano i paesi mediterranei.
E’ un film di donne. Le donne, sul cui corpo spesso si giocano guerre terribili in cui, ad esse, si riserva il ruolo di terreno di battaglia, o poco più. Ma la dignità si riprendono attraverso una tenacia ed una capacità di sopportare il dolore di cui pochi sono capaci. Sono meravigliose le donne di Almodovar, tenere e forti allo stesso tempo.
Questo film è anche nella realtà un ritorno. Il ritorno della grande Carmen Maura nei film di Almodovar, dopo anni di distacco. E’ in un certo senso il compimento di un legame immaginario tra i forti personaggi incarnati da Carmen Maura nel “primo” Almodovar e le poliedriche e complesse figure ispirate da Penelope Cruz nella produzione degli ultimi anni. Legame che trova completezza ne “Gli abbracci spezzati”, in cui viene rappresentata attraverso Penelope Cruz una scena già vissuta con Carmen Maura, in una specie di déjà-vu che sconvolge lo spettatore più attento.
In fine merita una nota anche la colonna sonora, con una scena impareggiabile in cui Raimunda-Peneolope Cruz canta per sua figlia “che non l’aveva mai sentita cantare” una canzone di Estrella Morente che le aveva insegnato la madre da bambina. Donne, inarrivabili esempi di continuità tra generazioni, metafore della fatica della natura per cui da una donna fiorisce una vita che ne illuminerà un’altra e ancora…
Sentivamo il bisogno di un film come quello di Antonio Albanese. Sullo scenario la splendida e violentata Calabria, la cui percezione diffusa di terra mafiosa e spacciata è un pretesto per Albanese per raccontare l’Italia intera. Si ride, si ride tanto, ma con quel retrogusto amaro che lascia la fine satira dei grandi comici. Il personaggio di Cetto La Qualunque, che da anni ci fa ridere in televisione sbarca sul grande schermo, arricchendo e definendo meglio quel mondo che avevamo imparato ad immaginare intorno a lui. Prendono forma il figlio Melo, la moglie, il povero De Santis (“cainu e bastasu!”). Prende forma l’Italia che partorisce fin troppi personaggi come Cetto. Ed è proprio il mondo intorno al politico-mafioso che ci mostra come intorno allo sfarzo, alla mascolinità esaltata, alle donne, ai soldi crescano l’aridità della sofferenza e delle solitudini.
E’ vittima il figlio di Cetto, Melo, che perde il diritto di sognare e di vivere la sua adolescenza perché il Sistema del padre lo fagocita e lo omologa a sé. E da questa omologazione non ha scampo. E’ vittima la moglie di Cetto, costretta a sopportare i tradimenti del marito e la sufficienza con cui la tratta. E da questo destino non ha scampo. Sono vittime le bellissime donne di cui si circondano questi figuri, che pur accettando volontariamente – per opportunità – di essere usate come moneta di scambio sono pur sempre merce, carne, forme, non persone. Tutt’al più hanno senso di esistere in quanto specchio di un potere che le legittima. “Più che le donne che entrano in politica è la politica che deve entrare nelle donne” dice drammaticamente Cetto. E da questa deriva non hanno scampo.
Non può sottrarsi alla solitudine in cui lo confina il Sistema di Cetto neanche il povero De Santis, incarnazione della brava persona, che vuole fare politica per servire la sua gente, perché non sopporta che siano personaggi violenti e senza scrupoli a decidere delle vite dei cittadini. Viene isolato dal Sistema, lasciato nella disperazione e nella impotenza, come dopo il confronto televisivo con un Cetto che somigliava anche troppo a certi politici che in mancanza di argomenti provano a delegittimare l’interlocutore ironizzando o semplicemente scuotendo il capo.
Ma più di tutti sono vittime i cittadini, che giacciono su letti di ospedali indegni di questo nome, o che sono costretti a legarsi a vita al volere del politico di turno. Più di tutti non possono sfuggire al loro destino i cittadini, la cui libertà di voto è violata dal Sistema. Primo perché non esiste più il cittadino, ma esiste il cliente e poi perché con qualche espediente il voto può essere dirottato dal Sistema.
Insomma un film che fa riflettere ma soprattutto ridere. Tanto. Sbaglia chi pensa che Antonio Albanese volesse ironizzare su un partito politico piuttosto che su un altro, oppure che avesse in mente di descrivere la Calabria o il sud. Magari! Significherebbe che il “cancro” sarebbe isolato, facile da identificare. Invece è tutto grigio, difficile da distinguere. Abbiamo accettato che tutti apparissero uguali, che non esistesse più “morale” da una parte e “immorale”, ma”moralista” e “così-fan-tutti”! Questo film è la satira spietata di un sistema italiano che sta per collassare perché sempre più lasciato in mano ai “Cetto La Qualunque” e perché troppo poco affidato ai “De Santis”.
C’è pero spazio per l’ottimismo in questo film così impietoso: il riscatto della popolazione della cittadina nella scelta finale del voto, che non svelerò!
Insomma il consiglio è di andare a vedere il film, per ridere – certo – ma anche per scoprire che c’è ancora un’opinione pubblica critica, che ha chiaro quel confine tra morale e immorale che certi politici e certi giornalisti trombettieri provano a cancellare!
Un libro che consiglierei a tutti gli uomini. Uno sguardo consapevole nell’interiorità femminile. La protagonista mi ha ricordato
un po’ Madame Bovary nell’asfissia della società in cui è costretta. Ma quest’ultima fugge con la morte, Sibilla con il coraggio ed il vitalismo di una partenza dolorosa. Sembra in ogni parola di scorgere lo sguardo vitale ed intelligente dell’Aleramo, rappresentante impareggiabile del femminismo letterario italiano. Rileggerlo ora, in cui il maschilismo ha preso vie più infime per conservarsi ed in cui il femminismo è stato lasciato rinsecchire come un fiore ormai colto, può essere un modo per risvegliare un bisogno di parità che può essere – guardando lontano – uno dei motori che ci porteranno lontano dall’imbarbarimento sociale e politico in cui languiamo.
Troppe sono le storie di soprusi, maltrattamenti in casa e di disparità sul lavoro. Perché quando viene violata una donna, si fa violenza a tutte le donne e si imbarbarisce la comunità intera. Ancora viltà nelle storie di cronaca, storie di violenza sessuale perpetrata da uomini stranieri su donne italiane. In questi casi l’intera comunità maschile insorge, minaccia, reclama vendetta, mentre tutto tace quando è un uomo italiano a maltrattare una sua connazionale. Come a dire che queste sono donne nostre.
Una riflessione attenta e una storia ardente insomma questa che racconta Sibilla Aleramo, con la delicatezza e la sintesi propria dei grandi scrittori, che riesce a toccare quelle corde sopite nel lettore facendo filtrare un po’ di luce in quella tana in cui sono nascosti istinti atavici di sopraffazione e violenza.
Il servizio del tg5 andato in onda il 2 gennaio che criticava negativamente il sito Wikipedia ha suscitato una discussione molto interessante in rete, di cui si è fatta controparte l’ottima Wikiculture, un sito molto sensibile alla diffusione della cultura in rete e del libero pensiero.
Con un po’ di malizia e “vedendo” quali sono i meccanismi televisivi, di certo quella del Tg5 è stata una pubblicità malcelata alla Treccani, l’enciclopedia tra le più autorevoli (e costose) in commercio. La prima cosa che si deve criticare al Tg5 è il tono paternalistico del servizio, in cui viene contrapposta la rassicurante autorità del libro “in pelle” la cui redazione richiede anni e anni di lavoro e la diabolica rete su cui si trova tutto e il contrario di tutto, in cui anarchicamente ognuno può dire ciò che gli pare, laddove invece sarebbe stato più interessante riportare costruttivamente il dibattito sull’argomento che già in rete e negli ambienti universitarii (e non solo) è molto animato.
Ad ogni modo il Tg-ammiraglio di Mediaset pone un problema reale, la cui negazione sarebbe puramente ideologica e cieca: l’autorevolezza dell’informazione scientifica (nel senso più ampio del termine). E’ senz’altro vero che il luminare che scrive un articolo sulla Treccani potrebbe appartenere ad una scuola di pensiero e pertanto tendere a dare una visione di parte dell’argomento, ma è pur sempre uno studioso di quella disciplina. In quel caso, l’errore, non è nello studioso che dà una certa sfumatura al contenuto, ma nel lettore che acquisisce pedissequamente quelle informazioni senza confrontarle con altre fonti e riconoscere un fattore “relatività” a quell’articolo. Ma questa cosa, non è un limite dell’Enciclopedia ordinaria, ma una caratteristica precipua della cultura e delle comunità scientifiche, in cui nessuno parla da una cattedra e in cui non esistono verità rivelate e tutto si può riscrivere.
E questo è un’altro punto importante. L’aggiornamento. I tempi per l’aggiornamento di una enciclopedia sono incompatibili con la velocità con cui si trasforma il mondo e la conoscenza. Si pensi soltanto alle scienze biologiche e la velocità con cui si aggiungono conoscenze nuove e rivoluzionarie a conoscenze pregresse. Ovvero la velocità con cui una certa cosa creduta vera, si scopre che in realtà non lo è. Internet permette questa velocità di aggiornamento. Il controllo delle informazioni è costante ed orizzontale, condiviso. Ma cosa significa oggi questa parola? Per “orizzontale” si intende un rapporto da pari a pari, in cui tutti valgono “uno” e in cui tutti possono accedere alle stesse informazioni. Ma valiamo davvero tutti lo stesso quando si parla di conoscenza? Uno studente al secondo anno di università che leggendo su un libro un’informazione la riporta su Wikipedia sta facendo cultura? Dove ci porterà questa presunzione di parità? E’ vero che l’autorevolezza cattedratica e cieca ha portato la cultura a derive e chiusure da cui è stata dura liberarsi, ma autorevolezza significa valore.
Davvero pensiamo che un articolo redatto senza controllo sugli autori possa permetterci di ottenere un pezzo di valore? Che formazione è quella che si ottiene integrando lo studio ordinario con fonti così precarie e tanto poco affidabili?
Siamo probabilmente i più entusiasti della cultura della condivisione, quella che si dice del web 2.0 ma non si può, a nostro modesto avviso, estendere questo punto di vista (che è senz’altro quello del futuro) a tutti i rami della società, per non scoprire un giorno di dovercene pentire.
Lo sguardo 2.0 sul mondo è rivoluzionario! L’informazione, la condivisione di idee, di contenuti deve essere peer to peer (da pari a pari), senza l’intermediazione di gruppi di potere, di editoria o di interessi economici. Ma non possiamo dare la stessa autorevolezza a tutte le fonti.
Dobbiamo quindi chiudere Wikipedia?
Ovviamente no! Wikipedia è uno strumento molto potente, soprattutto per la sua aggiornabilità e la facilità con cui si possono raggiungere le fonti. Bisogna però saperlo utilizzare. Bisogna sempre sapere, approcciandovisi, come funziona. Bisogna sempre sapere che possono scriverci tutti e che tutti possono modificarla (dicendo sciocchezze scrivendo o correggendo). Inoltre è bene sapere che Wikipedia è solo una estensione della più ricca Wikimedia, un’associazione che promuove lo scambio di contenuti in rete, e molto altro!
Come sarà il futuro?
Difficile dirlo. Di sicuro Wikipedia crescerà e iniziative importanti ed esperienze di condivisione come questa continueranno. Questo causerà la morte dell’enciclopedia convenzionale (quella con una redazione che raccolga i più esperti di ogni settore)? O forse questo causerà un imbarbarimento della cultura? Quest’ultima è l’ipotesi che ci sentiamo di scartare con più tranquillità, perché la storia ci suggerisce che quanto più la conoscenza è accessibile, tanto più gli stimoli raggiungono tutti con guadagno per tutta la comunità. Di certo arroccarsi su posizioni reazionarie, aggrappandosi ai libri in pelle delle biblioteche sognando che questi raccolgano la scienza rivelata ed imperitura è la posizione più sbagliata e fuori dal tempo.
Credo che a Diderot, Voltaire, Rousseau, Montesquieu e agli altri illuministi sarebbe piaciuta l’esperienza i Wikipedia. La loro Enciclopedie nacque dal sogno che la cultura potesse essere disponibile a tutti, scevra dal volere dei potenti e dalla superstizione che teneva incatenato al passato medievale il popolo. Ma proprio per questo, per raggiungere tale obbiettivo, raccolsero le menti più brillanti della Francia illuminista per redigere la prima edizione di un’opera che avrebbe cambiato il modo degli uomini di approcciarsi allo studio, alla cultura e alla conoscenza stessa.
Le recenti rivelazioni partite dal sito di Julian Assange Wikileaks hanno scosso la politica di tutto il
pianeta. Solo il tempo ci dirà se Assange sarà l’uomo del secolo, colui il quale, insieme ai suoi collaboratori, è riuscito a far tremare le più grandi super potenze, tra cui gli USA e la Russia.
E’ opportuno sottolineare come non sia possibile ancora farsi un’idea univoca e chiara su questo spinoso accaduto. Anche perché l’informazione (specie quella italiana) sembra più spaesata che eccitata da questo vento di verità e di libertà. Una cosa è certa, se le cose stanno come sembra, è davvero impensabile che Assange si trovi in carcere per le accuse di stupro. Saremmo infinitamente sollevati se vi fosse tanta solerzia nel catturare gli stupratori, che ogni anno mietono migliaia di vittime di violenza tra le donne della nostra Europa, spesso nella tranquillità delle mura domestiche.
Se risulta sospetta tale solerzia, non può che risultare sospetta anche l’accusa allora, riguardo alla quale ci rimettiamo alla Magistratura svedese.
Ma se tali cose non dovessero essere confermate è agghiacciante la “normalità” con cui è raccontata dagli stessi giornalisti la vicenda di un uomo braccato e incarcerato con un pretesto soltanto perché ha raccontato delle verità. Anzi, si è procurato dei documenti che supportano delle verità che nessuno ha raccontato. Come ad esempio i crimini di guerra di cui si SONO (non “sarebbero”) macchiati i soldati statunitensi di cui siamo alleati (verrebbe a questo punto da dire “complici”) nelle missioni di guerra all’estero.
Una cosa è però certa, che la RETE si è dimostrata ancora una volta il “non-luogo”, l’ultimo baluardo della libertà vera, quella priva di padroni. INTERNET è l’unico luogo in cui si può ottenere il sostegno per far circolare liberamente idee, informazioni, opinioni. Dobbiamo ringraziare Wikileaks per avercelo ricordato.
Una piccola nota su quanto riguarda le informazioni relative all’Italia. A questo indirizzo troverete gli originali riguardanti il nostro Paese. Di particolare interesse quelli relativi ai rapporti ENI – GAZPROM ovvero ITALIA – RUSSIA relativi alle forniture di gas. Ovvero rapporti Berlusconi – Putin.
Sì perché la notizia non è che Berlusconi e Putin-Medvediev si siano incontrati per parlare di energia (come ci hanno raccontato i tg), questo lo sapevamo già, ovviamente. La notizia è che anche gli americani sospettano che ci siano degli interessi personali che legano il nostro presidente e l’inquietante presidente Putin (quello che, vi ricordo, qualche anno fa ha dato l’ordine di usare il gas nervino contro terroristi ceceni che avevano sequestrato un cinema di Mosca. Peccato che l’intervento costò la vita a circa novanta russi innocenti, oltre che a cinquanta terroristi), la cui condotta riguardo alla libertà di stampa è molto discussa nel mondo “occidentale”. Si pensi all’omicidio di Anna Politkovskaja.
Le questioni energetiche sono molto complesse. E’ anche molto difficile farsi un’opinione in merito, ma più ci si informa più si capisce che le scelte energetiche comportano delle conseguenze che per alcuni gruppi di potere possono essere immediate (magari un guadagno o una perdita immediata e consistente di denaro), ma che per un Paese hanno la prospettiva del secolo, se non più. Sarebbe pertanto opportuno che se ne parlasse di più. Sta per partire la costruzione di South Stream, il discusso metanodotto che collegherebbe Russia ed Italia (oggetto di questi fumosi accordi Berlusconi – Putin) la cui costruzione ci renderebbe completamente soggetti ai russi in materia energetica, laddove il resto d’Europa prova a variegare il più possibile la provenienza delle fonti energetiche in una prospettiva di maggiore libertà politica.
Preoccupa anche noi questa discussione, dato che non è nuovo il nostro presidente nell’anteporre l’interesse privato a quello pubblico e speriamo che queste nuove rivelazioni possano riaprire un dibattito importante che nel nostro Paese sembra essere preoccupantemente ozioso.
In seguito alla discussione che ha
attraversato l’intero Paese in corrispondenza degli ultimi giorni di vita di E. Englaro e di P. Welby molti comuni italiani si sono organizzati per raccogliere le dichiarazioni di fine vita dei propri cittadini. Un gesto di grande senso civico da parte di comunità locali che, per sopperire alla mancanza di una legge che regoli una materia tanto delicata, si sono impegnati per dare ai cittadini il diritto di decidere della propria vita nelle sue ultime fasi. “Il Comune si porge da referente in un momento speciale della vita. Lo è alla nascita, lo diventa anche per la morte” – dice Marta Vincenzi, prima cittadina di Genova, alla giornalista del Corriere che le chiede un parere a riguardo. Il blocco a questa iniziativa è stato ratificato dai ministri Maroni (Interno) Sacconi (Stato sociale) e Fazio (Salute). Sono ben settantadue i Comuni che si erano AUTONOMAMENTE messi in moto per raccogliere le volontà dei propri cittadini nella speranza che venga un giorno ratificata una legge che governi questa questione. Legge che vedrà difficilmente la luce se ogni qual volta si parla di bioetica forze esterne alla nostra Politica mettono le mani avanti, mettendo a tacere ogni voce contraria. Questa cancellazione del Biotestamento da parte del Governo ha un peso ancora maggiore se si considera che accade proprio nella settimana seguente la puntata di Vieni via con me in cui sono stati ospitati Beppino Englaro e la moglie di P.G. Welby, Mina. Abbiamo addirittura sentito dire da alcuni politici che la loro presenza nel programma di Fazio e Saviano sarebbe stata assurda perché non confortata da un contraddittorio. La par condicio della sofferenza!! Cosa vorrebbe l’On. Casini? che i genitori di un ragazzo che vive attaccato ad un respiratore e vuole continuare ad essere tenuto in vita si mettesse di fronte all’Englaro e facessero a gara a chi soffre di più? O a chi ha più coraggio? L’importanza della discussione di questa materia, l’importanza della testimonianza di chi decide di non voler vivere attaccato ad un respiratore è necessaria perché questa posizione semplicemente non è garantita dal legislatore che, sebbene che la Costituzione preveda (con infinita lungimiranza) il diritto del singolo di rifiutare qualsivoglia trattamento medico (ad eccezione di rari e ben specificati casi, cfr. art.32) non regolamenta una questione tanto importante e tanto cara all’opinione pubblica. E’ ovviamente sacrosanto concedere a chi vuole che le cure siano garantite fino alla fine tale diritto (come avviene – vivadio – nel nostro sistema sanitario), ma è altrettanto importante garantire a chi non vuole che ciò avvenga lo stesso diritto di decidere per sé.
- Leggi cosa dice Mina Welby su Repubblica in proposito clicca qui
Era da tempo che volevo scrivere un post su Robert Mapplethorpe. L’immagine della testata del vecchio blog era proprio una sua opera.
La grandezza di questo fotografo statunitense è, a mio avviso, la disinibizione con cui impressiona le sue forme sulla pellicola. Che si tratti di un atleta nudo, del seno di una donna e del calice di un giglio il suo occhio è sempre la luce che illumina le forme.
Mapplethorpe trascende la moralità. Va oltre il potere evocativo dell’immagine, per concentrarsi sulla forma pura. Sulla luce stessa che scava i corpi senza lavorio, che fluisce lungo i declivi dei petali come acqua limpida. Riesce a svuotare la fisicità del soggetto lasciandone solo l’immagine, l’ombra. I suoi fiori, gli sguardi dei suoi soggetti sono apparizioni statiche. Si sente la stessa vibrazione tesa tra una statua in marmo e un osservatore quando gira l’angolo di una stanza in un museo e si trova solo dinnanzi ad un marmo. Nudo come quella statua, lì da tempo immemore, ma bloccato in un preciso istante.